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Come tesi di laurea si chiude in un telo e fa un'ostensione

1 - 2 ' di lettura

si laurea chiudendosi in un telo

Per la tesi di laurea, si è fatto cospargere con un’emulsione e si è fatto chiudere dentro un telo di oltre quattro metri di lunghezza. «Poi, una volta uscito, l’ho esposto alla luce del sole ed è venuta fuori la mia immagine “latente”, un’opera fortemente evocativa». Una autoproduzione del sacro lino, esposta in un’ostensione tutta personale, non per i fedeli, ma i professori. Che hanno apprezzato. «Hanno definito il mio approccio coraggioso», spiega Filippo Ranalli, 29 anni, fotografo che si è appena laureato allo Ied con la tesi dal titolo «Non conoscendo il nome di Dio».

Usando la tecnica ottocentesca della calotipia, ha riprodotto la Sindone. O quasi. «Ci sono alcune differenze: il volto è più largo, assomiglia più al faccione di un samurai che al messia della sindone: è evidente che il metodo per produrre quell’immagine non è stata la fotografia. Ma io non voglio dare risposte, piuttosto sollevare dei dubbi». Lo scopo di Ranalli, d’altronde, non era dimostrare che la Sindone è un falso. «Quello - a suo dire - lo dimostra già la scienza con il carbonio 14». Nè aveva intenti sacrileghi. Ma semplicemente artistici. «L’interesse di questo esperimento è che la foto è realizzata senza una macchina fotografica e anche senza un punto di vista, perché io non guardo ma sto dentro l’immagine. Ora sto riflettendo sul rapporto con il mio corpo, che ha creato l’immagine, e sul rapporto tra corpo e arte».

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