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Linguaggi per l'Employer Branding

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Molti anni fa ho seguito un percorso che mi ha permesso di migliorare le modalità di comunicazione con le altre persone.

Oltre allo studio è stato l'ascolto e la pratica musicale a farmi prendere atto di quale fosse l'aspetto centrale della comunicazione.

Prima del cambiamento di secolo ascoltavo e suonavo solamente alcuni generi musicali. I generi che mi appassionavano erano quelli che mi avevano accompagnato in gioventù.

Un bel giorno mi capitò di ascoltare fortuitamente un brano di un genere da me non frequentato e che non era più veicolato dalle radio e dalle televisioni da molto tempo. Mi apparve affascinante ma allo stesso tempo impenetrabile. Il brano era “Nardis” suonato da una delle più importanti formazioni della storia del jazz. Bill Evans al pianoforte era accompagnato (se così si può dire di due grandi musicisti che facevano dell'interplay un elemento vitale) da Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria.

Bello! Mi dissi. Però alla comprensione di quello che accadeva in quei pochi minuti mancava una capacità di decodifica che nel rock e nel folk era per me intrinseca. Come mai il brano mi comunicava qualche cosa ma non riuscivo a capire cosa stava accadendo musicalmente e in che modalità i tre musicisti comunicassero tra loro e contemporaneamente con noi pubblico?

Questo avvenimento scatenò in me la necessità di spiegarmi il perché di quanto avvenuto.

Lo studio del fenomeno mi portò a comprendere che si trattava di linguaggi.

Il jazz era un lingua con le sue regole, la sua fonetica, i suoi costrutti e le sue frasi ed io, come per una lingua straniera, ne percepivo solamente alcune parole non conoscendola.

A facilitarmi la comprensione di quella lingua non erano certo stati i mezzi di comunicazione di massa. Da molti decenni non passavano più questo genere e per tale motivo avevano contribuito a far divenire forestiera una musica che per tutta la prima metà del ventesimo secolo era stata la musica di tutti.

Compresi che la musica era una modalità di comunicazione, un linguaggio e i generi ne rappresentavano le lingue.

Ma se questo era stato evidente per me ascoltando quel brano e poi cercando di darmi la spiegazione di quanto avvenuto, allora doveva poter essere esteso anche alle altre forme di comunicazione.

Questo aspetto mi appassionò e cominciai a cercare le varie relazioni tra chi emetteva un messaggio e chi quel messaggio lo riceveva. Fu affascinante comprendere limpidamente che alla base di una corretta comunicazione tra due o più persone occorre ci sia una lingua comune.

E così per poter entrare in sintonia con gli altri si rende necessaria e indispensabile la condivisione di un linguaggio. Questo linguaggio può essere condiviso a priori da chi instaura la comunicazione oppure ricercato da uno dei due attori. Io, per esempio, per comprendere meglio il messaggio del trio di Bill Evans mi misi a studiare il jazz e questo mi permise di comprenderne il senso. Il caso inverso è ciò che avviene nel marketing. Infatti, a studiare il linguaggio che occorrerà utilizzare per comunicare in modo efficace con un determinato pubblico sono coloro che quel messaggio lo emetteranno. Uno staff di marketing che necessita di stendere un piano di comunicazione deve, per ottenere il risultato più efficace, prima studiare e imparare il linguaggio che il target di interesse utilizza e poi mediante quel linguaggio esprimere il proprio messaggio. Nel marketing è chi emette il messaggio che si deve adeguare alla lingua di chi lo riceverà.

Il branding e l'Employer Branding, poiché rientrano a pieno titolo nelle attività del marketing, richiedono il rispetto dei medesimi principi.

Giuseppe Caliccia
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Autore di Guida pratica all’employer branding, Franco Angeli edizioni

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