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Lavorare nel biotech: competizione, specializzazione ed esperienza estera

3 - 6 minuti Tempo di lettura

lavorare_nel_biotechIl primo rapporto sulle biotecnologie in Italia è l’occasione per fare il punto su un settore ancora giovane, ma che ha saputo guadagnarsi in pochi anni una posizione competitiva a livello internazionale e può vantare buone prospettive di crescita. Abbiamo approfondito gli aspetti occupazionali nell’intervista ad Alessandro Sidoli, Presidente di Assobiotec.

Iniziamo intanto col segnalare un’iniziativa dedicata ai progetti di impresa o di sviluppo di nuovi prodotti alla ricerca di finanziatori: è il “BioInItaly Investment Forum & Intesa Sanpaolo Start-Up Initiative” le cui domande di partecipazione scadono il 22 gennaio 2010.

Il settore biotech in Italia cresce, ma quali sono gli ambiti che registrano i maggiori sviluppi?
“Certamente il red biotech, vale a dire le biotecnologie per la cura della salute, rappresenta in Italia il traino dell’intero comparto: in questo ambito il Rapporto Assobiotec-Ernst&Young “Biotecnologie in Italia 2010” ha individuato 197 aziende, pari al 61% delle imprese. Questo dato è sostanzialmente allineato alla percentuale media europea, mentre i settori di applicazione white (biotecnologie industriali, 7%) e green (biotecnologie agro-alimentari, 13%), rivelano un peso percentuale superiore alla media europea”.

319 aziende attive per 6,8 miliardi di euro di fatturato. Quante sono le risorse umane coinvolte?
"Il settore conta oltre 50.000 addetti: di questi solo il 9% è impegnato nelle pure biotech, ovvero le realtà che hanno nelle biotecnologie il loro core business. Per quanto riguarda gli addetti impegnati direttamente nella ricerca & sviluppo, oltre il 35% appartiene alle “pure biotech”: in altri termini quasi un addetto su due delle aziende pure biotech è dedicato alla ricerca".

Che prospettive occupazionali ci sono?
"Nel complesso va rilevato che la richiesta di personale qualificato da parte del settore industriale è molto al di sotto del numero di biotecnologi che si affaccia ogni anno al mercato del lavoro. Così come va detto che le esigenze dell’industria biotecnologica italiana faticano a trovare adeguata risposta da parte del mondo della formazione, che pure può contare su circa 60 corsi di laurea in biotecnologie di primo livello, a cui si aggiungono circa 70 corsi di laurea specialistica in biotecnologie mediche, veterinarie, farmaceutiche, industriali ed agrarie".
Quindi, a livello generale, direi che le prospettive occupazionali sono da leggere in una prospettiva di medio-lungo termine: il comparto sta infatti crescendo, ma certamente non sarà in grado di assorbire l’esorbitante numero di biotecnologi che si affaccia ogni anno sul mercato del lavoro.

La competizione è quindi molto alta, ma quali sono le professionalità maggiormente ricercate e quali le competenze richieste?
In generale, in azienda le principali opportunità di inserimento per un biotecnologo riguardano l'ambito scientifico, e spaziano dal campo della ricerca industriale e applicata, allo sviluppo di processo, alla produzione (Upstream & Downstream), alle Quality operations (Quality Control, Quality Assurance). La base per l’esperienza e la crescita successiva è sicuramente il lavoro sperimentale su progetti di ricerca interna o legati a contratti con i clienti. L’inserimento di un neolaureato avviene generalmente in affiancamento ad un ricercatore senior che sviluppa un programma di training della nuova risorsa della durata di alcuni mesi. Successivamente a questo periodo iniziale, il referente del nuovo ricercatore è il project manager del progetto. Nel corso del tempo la crescita e le attitudini personali possono poi portare ad un ruolo di crescente responsabilità tecnica su progetti più complessi ed innovativi, ad un ruolo di coordinamento e gestione come quello di responsabile di un gruppo o a ruoli di staff che si occupino di qualità, intellectual property, sicurezza, etc. per i quali è comunque indispensabile avere lavorato “sul campo”.
A questi percorsi professionali si affiancano le opportunità di inserimento in posizioni in ambito commerciale e nel marketing (specialist di prodotto), dove è opportuna una formazione post laurea nell’area del marketing management. Altre ulteriori prospettive sono legate alle aree del regulatory, del clinical monitoring e, sempre più, del business development.

Nel Rapporto si cita come una delle prospettive di maggior sviluppo la possibilità di formare manager della scienza, chi sono?
Un’area di deciso miglioramento nel nostro Paese riguarda la possibilità di formare e sviluppare i “manager della scienza”, ovvero persone che siano capaci di trasformare un’idea in un prodotto, e capaci di convincere investitori privati e pubblici ad investire nelle loro idee, piuttosto che attivare e potenziare i centri per il trasferimento tecnologico, che rappresentano l’asse portante dell’interazione tra università e industria e la base per la creazione d’impresa. Parliamo di figure di spessore particolare, di cui l’Italia è ancora molto avara.

C'è spazio per i neolaureati?
Un neolaureato faticherebbe senza dubbio a collocarsi nel mondo del biotech. E’ più frequente che l’interesse di una azienda si rivolga a chi ha conseguito un dottorato di ricerca, meglio se accompagnato da un’esperienza di lavoro all’estero.

Cosa deve fare un neolaureato che voglia lavorare in questo settore? Le associazioni di categoria possono dargli una mano?
In Italia è attiva l’ANBI, l’Associazione Nazionale dei Biotecnologi Italiani, non profit di biotecnologi attiva nella valorizzazione della propria scelta professionale, nella promozione dello sviluppo delle biotecnologie e della ricerca scientifica, nell’innovazione dei rapporti scienza e società. L’ANBI ha quindi l'obiettivo di creare opportunità di crescita scientifica, professionale e culturale per i giovani laureati del settore attraverso la creazione di una rete di interazione con istituzioni, centri di ricerca, parchi scientifici e aziende che operano nell'ambito delle Life Sciences.
Da parte nostra, invece, come Assobiotec cerchiamo di fare rete con le Università per quanto riguarda le richieste di periodi di internship, mirati ad integrare il background scientifico di base con nozioni altrettanto fondamentali, acquisibili esclusivamente attraverso l’esperienza in azienda.

Raffaella Giuri

14 dicembre 2010

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