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Le paure dopo la laurea

4 - 8 ' di lettura

Intervista a Valeria Lorenzini
Dott.ssa Lorenzini, perché paura di laurearsi?
04Paura di laurearsi… sembra impossibile, ma è proprio così! Quotidianamente, nella mia attività di orientatrice, incontro giovani che, dopo aver desiderato per anni di arrivare alla conclusione dei propri studi, in prossimità del momento fatidico, cominciano invece a temere proprio questo momento e, in alcuni casi, tendono addirittura a ritardarlo. Perché tutto questo? In realtà, conoscendo le problematiche del mondo del lavoro e quelle dei nostri giovani, ho avuto sempre ben chiaro il perché di tale atteggiamento, ma avevo comunque bisogno di approfondire alcune dinamiche, analizzando le ragioni che potevano determinare un simile comportamento.
In che modo?
L'idea è stata quella di effettuare un'indagine in merito a tutte le paure e preoccupazioni che sono state dichiarate in ben 16 edizioni del “Corso sulla pianificazione della carriera”, volto ad assistere i neolaureati nel delicato momento dell'ingresso nel mondo del lavoro.
Attraverso il “Gioco dei fantasmi”, un gioco d'aula, usato dai formatori per sondare le preoccupazioni, le perplessità e, perché no, le paure dei partecipanti ad un corso di formazione, sono riuscita a mettere i neolaureati in condizione di prendere coscienza delle proprie paure, di esprimerle liberamente, in quanto tutto si svolge in forma anonima, e poi analizzarle insieme ad altri, potendo così anche constatare l'impatto che tali paure hanno verso l'esterno.
Grazie ad un attento esame di quanto espresso dai partecipanti al Corso e ad una accurata catalogazione delle paure, è possibile prendere maggiormente coscienza dei problemi che affliggono i nostri giovani nel momento in cui si accingono ad affrontare il mondo del lavoro.
Potrebbe descriverci la procedura seguita?
Lo stato d'animo del laureando o neolaureato che si appresta a lasciare l'Università e a confrontarsi con il mercato del lavoro è descritto dai ragazzi stessi come piuttosto problematico. Qualcuno è soltanto disorientato, altri si sentono impotenti di fronte ad un sistema che sembra escluderli, alcuni sono addirittura disperati e vorrebbero rientrare nel mondo universitario come in un guscio protettivo.
Dover affrontare determinati argomenti in un contesto così complesso, richiede grande tatto e soprattutto una grande comprensione. I ragazzi non accettano di essere aggrediti e “violentati”, vogliono essere prima compresi, essere sicuri che le loro sensazioni siano realmente percepite e, solo molto gradualmente, riescono ad affrontare la loro nuova condizione. Se venisse usato il sistema del “bastone e della carota”, dopo il “bastone” nessuno sarebbe più disposto ad accettare la “carota”! Così ho deciso d'invertire i due strumenti e proporre prima di tutto la “carota”, la massima comprensione, fornire la certezza che sono assolutamente consapevole e cosciente della loro condizione e, addirittura, di condividere e, quando è possibile, giustificare alcuni comportamenti. Questo sistema mi consente, subito dopo, di usare anche il “bastone” che viene accettato, tutto sommato, di buon grado, accompagnato da un po' d'ironia, diventa l'occasione per sorridere dei propri errori e debolezze.
Il “Gioco dei fantasmi” s'innesta quindi perfettamente nella fase “carota”: i ragazzi, infatti, hanno quasi la possibilità di sfogarsi, di tirar fuori finalmente tutto ciò che impedisce loro di essere parte attiva nella ricerca di un lavoro.

Quali sono le finalità perseguite attraverso la procedura descritta?
Le finalità che il “gioco” persegue sono diverse: potersi esprimere in merito alle proprie “paure” consente, innanzi tutto, di prenderne coscienza, riducendo così il rischio dell'ignorare un problema; in secondo luogo, il doverle mettere per iscritto comporta una riflessione che spesso ha, come conseguenza, anche un'immediata soluzione: l'analisi fa sì che il problema venga ridimensionato ed eliminato; inoltre, qualora dovesse ancora permanere, la discussione in gruppo comporta il prendere coscienza che non si è soli con le proprie “paure”. Infine, chi ha paure diverse, non ha nessuna difficoltà nel dare suggerimenti per risolvere quelle degli altri
Ci sono state delle reazioni particolari da parte dei giovani coinvolti?
La proposta di un'indagine sulle paure non ha suscitato alcun dissenso, quanto piuttosto una certa sorpresa e curiosità. Nessuno si era mai posto in prima persona questo problema, né aveva trovato qualcuno che fosse interessato a conoscerlo; sta di fatto che, in genere, in circa un quarto d'ora, i ragazzi avevano espresso, in media, almeno tre o quattro paure per ciascuno. Ciò significa che, a fronte di una scarsa chiarezza d'idee in merito al proprio futuro professionale, ogni laureato è, di contro, assolutamente sicuro delle proprie paure.
Pertanto, dopo aver affrontato come liberatorio il momento dell'espressione delle proprie preoccupazioni, i ragazzi hanno particolarmente apprezzato l'analisi delle paure espresse da loro stessi e dagli altri. Grazie ad essa, vi è stata una condivisione delle difficoltà che li ha tolti da un certo isolamento nel quale si trovavano relegati e ha permesso loro di valutare i problemi in maniera sicuramente più oggettiva.
Quali sono state le indicazioni più significative?
Avendo lasciato ai laureati la massima libertà di espressione, garantita anche dall'anonimato, il panorama delle paure che si è venuto delineando, come è facile intuire, era molto complesso e articolato.
Creare una griglia che potesse comprendere e raggruppare le singole voci non è stata una cosa facile e, volendo dare un quadro realistico di ciò che è stato espresso, ho preferito creare un numero consistente di categorie, lasciando così a chi legge l'opportunità di cogliere alcune significative sfumature in merito alle perplessità espresse durante il “Gioco dei fantasmi”.
Le categorie individuate, appunto, sono 32 e sono in ordine decrescente rispetto a quanto dichiarato dai neolaureati; vale a dire che la prima categoria raccoglie paure espresse da 86 ragazzi, su un totale di oltre 300 partecipanti, mentre alla fine ci sono situazioni che sono state considerate da una sola persona.
Le prime categorie, così tanto “gettonate” dai ragazzi, ci fanno capire che alcuni problemi sono ricorrenti e riguardano un consistente numero di laureati, ma anche le ultime meritano una riflessione: spesso si tratta, appunto, di paure insolite che, se non espresse, non verrebbero mai prese in considerazione e che consentono, invece, di avere un quadro veramente esaustivo dei problemi di chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro. Volendo, per necessità di sintesi, ricondurre le 32 categorie individuate in alcune specifiche tipologie, avremmo paure interne, come quella di non realizzarsi, peraltro la più “gettonata” in assoluto, o quella di non avere stima di se stessi; paure esterne, come quella dell'ambiente di lavoro o del colloquio; paure giustificate, quali la paura di mettersi in proprio e quelle invece ingiustificate, come quella dell'inesperienza; paure determinate dalla tendenza a sottovalutarsi, come la paura di essere inadeguati o, al contrario, quelle determinate dalla tendenza a sopravvalutarsi e cioè aver paura di essere troppo bravi….

Da queste indicazioni, emerge un quadro sufficientemente definito?
Volendo tracciare un identikit del neolaureato, credo che, prima di tutto, vada messo ulteriormente in evidenza il fatto che i ragazzi non si stimano e non si sanno valorizzare. Il loro pensiero non è mai concentrato su loro stessi, come l'unico punto fermo in un contesto pieno di variabili, quanto piuttosto sul mercato del lavoro; di solito si tende a mortificare aspettative e motivazioni personali ritenendole, di fatto, poco importanti. Così facendo, i giovani rinunciano alla propria unicità, a quel mix di competenze e attitudini che potrebbe costituire il loro punto di forza, per tendere, invece, ad un certo appiattimento che li riporta alla pari con qualsiasi altro candidato.

La loro mente, inoltre, non è affatto sfiorata dall'idea che anche loro possono dare un contributo in un contesto lavorativo, non prendendo quindi in considerazione, come è giusto che sia, il fatto di poter essere assunti creando uno scambio prestazione/compenso, considerando l'assunzione come un atto di generosità e quasi un'opera di beneficenza.
La loro mentalità si avvicina di più a quella di un soggetto prossimo alla pensione che comincia a proiettare la sua mente al di fuori del contesto lavorativo. Prima ancora d'iniziare, è come se fossero già fuori causa. Infine, pur essendo così giovani, non riescono a trasmettere nessun entusiasmo, che è, invece, un qualcosa di assolutamente contagioso e che potrebbe influenzare non poco il giudizio di un selezionatore.
Le conclusioni, come è ovvio, sono molto complesse e articolate.
Qual è, secondo Lei, il punto di partenza per un'azione che possa migliorare la situazione descritta?
Il quadro, evidentemente, è tutt'altro che roseo e i problemi sono talmente radicati che sarebbe auspicabile un intervento non più sui laureati, ma su ragazzi molto più giovani, ai quali sarebbe bene cominciare ad inculcare una nuova cultura del lavoro.
Valeria Lorenzini
Esperta nel campo della formazione e dell'orientamento universitario e professionale è stata la responsabile dell'Ufficio Orientamento Universitario (il primo ad essere istituito in Italia) dell'Università degli Studi di Perugia. Ha compiuto studi importanti sull'orientamento universitario nelle sue diverse fasi e ha condotto una ricerca di grande interesse sulla "paura di laurearsi".

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