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Rifiutare è un delitto?

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NO1. Il posto di lavoro che proponete è troppo lontano o difficile da raggiungere;

2. Il ruolo non è abbastanza qualificato rispetto alle mie competenze e aspettative;

3. Non voglio un contratto temporaneo;

4. La società è troppo piccola e il brand poco noto;

5. Preferisco mantenere la cassa integrazione che lavorare per una cifra di poco superiore.

Secondo Page Personnel, sono queste le principali motivazioni portate da coloro che rifiutano il lavoro che gli viene offerto, al termine di un processo di selezione. Circa il 10%. Sono dati che ci spingono a fare una riflessione.

Partiamo dal presupposto che, sebbene viviamo in un periodo pessimo per il lavoro, non è detto che si debba accettare qualunque proposta. Il rifiuto di un posto di lavoro perciò non deve essere considerata una scelta riprovevole. Però vorremmo capire cosa ne pensano coloro che lavorano per trovare le persone giuste per il posto giusto, ossia i selezionatori. Abbiamo chiesto un parere a due esperte, Cristina De Tomasi, responsabile selezione della Direzione del personale di Gi Group e Cristina Sottotetti, direttore della società di selezione Setter.

“Ho appena messo giù il telefono con una ragazza che ha rifiutato un lavoro. – inizia a rispondere De Tomasi - Era una neolaureata per uno stage remunerato in una società di formazione. La motivazione? Aveva avuto una proposta più vicino a casa.” “Questo è un tipo di motivazione – spiega Sottotetti - che può riguardare diverse tipologie di persone, pensiamo alle mamme con bimbi piccoli. Nella mia esperienza comunque sono più spesso le aziende, soprattutto medio piccole, a richiedere candidati vicini e questo anche in un’ottica di benessere.”

Veniamo alla seconda motivazione. In questo caso, invece, è più difficile comprendere come si arrivi in fondo ad un percorso di selezione, che prevede quantomeno una serie di colloqui, senza aver capito il ruolo che si andrà a ricoprire. “Spesso i candidati – risponde De Tomasi - non considerano il colloquio come un momento di confronto e di valutazione reciproca. Invece, non si deve perdere l’occasione di fare le domande giuste, per esempio quale sarà il posizionamento nell’organigramma dell’azienda, le mansioni specifiche e le prospettive di crescita.”

Contratto a tempo determinato, a progetto o indeterminato? In alcuni casi non è una questione su cui si ha molto da scegliere. “E’ però comprensibile una certa reticenza, - continua Sottotetti - perché molto banalmente con un contratto a termine non ti danno un mutuo, ad esempio.”

E se l’azienda è piccola? “In effetti, mi è capitato che, in particolare i più giovani, mi chiedessero consiglio perché indecisi se accettare l’offerta di una piccola azienda” risponde Sottotetti. “Si preferisce puntare su un’azienda grande e conosciuta perché la si ritiene più solida e con una maggiore propensione alla crescita. – aggiunge De Tomasi - In una realtà piccola, però, il più delle volte si ha l’opportunità di vedere tutti i processi, perché il proprio lavoro non è rigidamente focalizzato. Questa può essere un’occasione molto formativa per un giovane”.

“In merito alla quinta motivazione, - aggiunge Sottotetti - sulla cassa integrazione, sono consideraziioni che immagino più per un adulto, avanti con gli anni. Il lavoro è anche realizzazione personale”.

Alla fine, possiamo dire che ogni motivazione ha dietro di sé una persona con la sua singolarissima storia che è il risultato di situazioni familiari e di esperienze professionali pregresse, dirette e indirette. Occorre però anche dire che chi seleziona investe tempo ed energie nell’individuare le persone più adatte e che un comportamento corretto imporrebbe di essere chiari appena si capisca che una proposta non fa per noi. Anche perché un atteggiamento sincero può essere compreso ed evita di avere precluse altre possibilità. “E’ giusto scegliere, a patto che le motivazioni siano concrete. – conclude De Tomasi - Nella valutazione di uno stage, per esempio, è importante che un giovane capisca quanto è formativo rispetto alle proprie inclinazioni e scelte, considerando il settore, l’attività proposta e l’eventuale percorso di carriera.” “In fondo – chiude la chiacchierata Sottotetti - credo sia importante considerare che è più facile fare un lavoro per cui si è portati, perché diventa meno faticoso accettarne i sacrifici o le condizioni non ottimali”.

Raffaella Giuri

6 maggio 2011

Foto di Goandgo

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